Conserve letterarie

Quando l’incontro tra un famoso autore e un suo accanito lettore si trasforma in un incubo…


L’incontro tra l’autore e i suoi lettori ha un qualcosa di speciale, di magico… Il lettore vive grazie allo scrittore e lo scrittore vive per il suo lettore. Non esiste l’uno senza l’altro.


Il rapporto può essere altalenante… possono esserci alti e bassi: pensiamo al caso, che non capita di rado, in cui lo scrittore deluda le aspettative dei suoi lettori…


Però… Nonostante le oscillazioni di questa particolare relazione, a quale fanatico lettore non piacerebbe incontrare il suo scrittore preferito?


E’ quello che accade alle due sorelle anzianotte Peggy e Corinne, nel numero 274 del fumetto “Julia – Le avventure di una criminologa” della Sergio Bonelli Editore dal titolo “Ne uccide più la penna” (per visualizzare tutti i numeri di Julia cliccare QUI).


Peggy e Corinne, ancora signorine e fan indiscutibili della serie di successo “Le indagini di Aaron Sandor“, riescono, infatti, con astuti stratagemmi, ad ospitare gli autori della saga, i coniugi Ernold e Michaela Haldane, nella casa a lago di loro proprietà, non lontana da Garden City.


Agli occhi dei due ospiti, le sorelle appaiono in un primo momento gentili e disponibili (forse anche troppo?) almeno fino a quando la loro permanenza, presso la casa sul lago, non si trasforma in un’esperienza inquietante, degna di una sceneggiatura di uno dei loro romanzi.

Il numero 274 “Ne uccide più la penna” e il più vetusto (ma anche questo bellissimo) numero 100 “Clowns” tutto a colori, tra le nostre letture estive di quest’anno.


Chiusi a chiave nell’appartamento messo a disposizione dalle due anziane, gli scrittori saranno costretti a produrre nel più breve tempo possibile un romanzo che abbia tra i personaggi le figure delle due sorelle.


Senza voler svelare il finale, che ha più di un colpo di scena, ciò che ci ha colpito del fumetto è la “realtà romanzesca” in cui il lettore viene catapultato. Le citazioni ai tanti libri scritti dai due autori, così come i richiami ad altri racconti (tra tutti “Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank” di Stephen King) contribuiscono a rendere gli accadimenti surreali e veritieri allo stesso tempo.


Inoltre i due noti autori riescono a raccontare una versione dei fatti affatto cedevole (d’altronde si tratta pur sempre di scrittori di gialli!) in grado di confondere e depistare anche l’infallibile criminologa e il suo migliore amico, Leo Baxter, l’investigatore privato del cui aiuto spesso si serve Julia per la risoluzione dei casi.


Non mancano, come in ogni numero, a stemperare la drammaticità degli eventi raccontati, le simpatiche battute di Emily, la governante di Julia e le moine di Tony, la gatta che, in questo numero, dovrà condividere i croccantini con un divertente ospite…

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LA LUNGA MARCIA di Stephen King

La lunga marcia è il titolo del primo libro scritto dal celebre autore Stephen King negli anni universitari, tra il 1966 e il 1967.

Pubblicato nel 1979, sotto lo psesudonimo di Richard Bachman, il libro presenta una narrazione di tipo distopico. E’, infatti, ambientato in un’America alternativa, dominata da una dittatura militare capeggiata dalla figura autoritaria del Maggiore (figura terrificante e allo stesso tempo carismatica), in cui annualmente viene organizzata una sfida mortale: 100 ragazzi americani devono competere in una gara di resistenza fisica camminando dal Canada fino allo Stato del Maine, ad una velocità non inferiore alle 4 miglia (ovvero a 6 km) all’ora.

A rendere la competizione crudele vi è la regola delle ammonizioni. I ragazzi, infatti, in caso di andatura ad una velocità inferiore rispetto a quella imposta, possono essere ammoniti fino a 4 volte. Dopo la quarta ammonizione il partecipante viene ucciso dai soldati che seguono la gara a bordo di cingolati.

I Marciatori perdono ben presto l’entusiasmo e la grinta della partenza, dovendosi districare tra le necessità fisiologiche (bere, mangiare, urinare, defecare), i desideri sessuali (i giovani subiscono anche le incitazioni del pubblico femminile descritto come erotico e pericoloso) e i limiti della mente che viene portata ad uno stress psicologico non indifferente.

«Ma sicuro», disse McVries. «Siamo tutti pazzi, altrimenti non saremmo qui. Mi pareva che l’avessimo già accertato da un pezzo. Noi vogliamo morire, Ray. Non sei ancora riuscito a ficcartelo in quella tua zucca dura? Guarda Olson. Un teschio in cima a un bastone. Dimmi che non vuole morire. Mentiresti. Arrivare secondo? E’ già abbastanza brutto che uno di noi sia privato di quello che realmente vuole»”.

Un libro con descrizioni vere e crude (a tratti splatter) che un giovane Stepehn King, alle prime armi con la scrittura, ci regala. Il lettore viene spinto a svolgere poi delle riflessioni rispetto alla contemporaneità e a riflettere sulle diverse lunghe ed estenuanti marce realmente verificatesi nella storia dell’umanità: tra tutte si pensi alla marcia degli ebrei sopravvissuti fino a quel momento ai campi di concentramento, trascinati dalla Polonia alla Germania sul finire della seconda guerra mondiale oppure al trasferimento forzato di migliaia di prigionieri di guerra filippini e statunitensi in seguito alla fine della battaglia di Bataan (9 aprile 1942), operato dall’esercito imperiale giapponese.

Lettura assolutamente consigliata!

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16 OTTOBRE 1943

16 OTTOBRE 1943 è il titolo del celebre libro di Giacomo Debenedetti (pubblicato per la prima volta nel dicembre del 1944 sulla rivista Mercurio di Roma e poi in diverse altre testate giornalistiche italiane e straniere) che racconta la retata nazista degli ebrei nel Ghetto di Roma in questo stesso giorno di 77 anni fa.

La scena con cui si apre la narrazione dei fatti è quella di una donna «vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia» che giunge la sera del 15 ottobre tra le vie del Ghetto di Roma urlando, presa da un’agitazione che «le gorga le parole, le fa una bava alla bocca», agli ebrei di scappare: i tedeschi hanno una lista di 200 capi – famiglia ebrei da portare via con anche le famiglie.

Non curanti del messaggio di pericolo ricevuto, gli abitanti del ghetto, credendo la signora pazza (o che quanto meno si confondesse con la pretesa avanzata qualche settimana prima, il 26 settembre, da Kappler di ricevere dagli ebrei 50 chili d’oro nel termine di 36 ore, pena la deportazione di 200 persone, richiesta che tuttavia era stata onorata, dunque di che preoccuparsi?), tornarono nelle loro case, cenarono, andarono a dormire.

Il giorno seguente, alle ore 5.00 del mattino ebbe, invece, inizio la retata nel ghetto ebraico, così come nel resto della città: non solo uomini, ma anche donne e bambini, nel numero complessivo di oltre 1000 persone, vennero portati con i furgoni tedeschi organizzati in più viaggi, nel Collegio Militare di via della Lungara. Partirono dalla Stazione Termini alla volta di Auschwitz il 18 ottobre in 1.020, ne tornarono 16 nel 1945 (15 uomini e 1 donna), dopo la liberazione.

Testimonianze di quelle giornate e di quello che fu nel suo complesso la Shoah sono documentate anche grazie alle interviste rilasciate dai sopravvissuti. Tra tutte segnaliamo quella di Settimia Spizzichino, l’unica donna della retata del ghetto del 16 ottobre 1943 ad essere sopravvissuta all’olocausto.

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“Della gentilezza e del coraggio” di Gianrico Carofiglio

Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose è l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio (solo da poche settimane in libreria) in cui l’autore, dismessa la veste del romanziere, affronta tematiche attuali relative alla società e alla politica.

L’intento di Carofiglio è quello di indagare le storture della comunicazione di massa spesso superficiale, quando non fuorviante, per offrire una serie di suggerimenti rivolti sia ai politici (riguardanti il buon esercizio del potere che nelle odierne società, si esplica anche attraverso i talk show e i dibattiti televisivi in genere) che ai cittadini (per insegnare loro l’amore per la verità).

I temi della gentilezza e del coraggio permeano tutto il breviario. Sono i temi alla base della riflessione che Carofiglio ci propone perché pilastri fondamentali per gestire qualsiasi tipo di conflitto non solo fisico, ma anche verbale.

Dedica personalizzata che l’autore gentilmente ci ha voluto regalare. Da notare la faccina! haha 🙂

Il concetto, tutto gandhiano, del “porgere l’altra guancia” al nemico per disinnescare la violenza lo ritroviamo, quindi, nel libro, condito con regole operative per fronteggiare gli scontri verbali.

Carofiglio accompagna, infatti, il lettore alla scoperta dei tanti trucchetti utili per stanare la comunicazione fallace di cui troppo spesso si servono i politici intenzionati ad accrescere l’elettorato con dichiarazioni aggressive, capaci solo di infondere paura nell’uditorio.

Il rischio di adagiarsi nelle verità assolute (quali che siano) contrasta con la tecnica della discussione capace di uscire dalle anguste prospettive individuali, di cogliere e riconoscere le pluralità dei punti di vista e dunque le verità plurali aperte a un processo continuo di correzione e arricchimento.

Consigli che appaiono più che mai utili in questo periodo di grave crisi che viviamo in cui le notizie veicolate dai mass media (telegiornali, talk show, social) sembrano tutte solo concentrate sull’epidemia e ci rendono miopi rispetto alle tante altre emergenze che affliggono l’umanità: le migrazioni, i cambiamenti climatici, l’inquinamento!

Un’ottima lettura quindi per uscire “out of the box” e costruire una cittadinanza consapevole.

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Lettera sulla felicità di Epicuro

Dalla Lettera sulla felicità di Epicuro (Samo, 341 a.C. – Atene, 270 a.C.):


“ὁ δὲ σοφὸσ οὔτε παραιτεῖται τὸ ζῆν
οὔτε φοβεῖται τὸ μὴ ζῆν. οὔτε γὰρ αυτῷ
προσίσταται τὸ ζῆν οὔτε δοξάζεται κακὸν
ειναι τι τὸ μὴ ζῆν. ὥσπερ δὲ τὸ σιτίον οὐ τὸ
πλεῖστον παντωσ ἀλλὰ τὸ ἥδιστον αἱρεῖται,
οὕτω καὶ χρόνον οὺ τὸν μήκιστον ἀλλὰ τὸν
ἥδιστον καρπίζεται”.


Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce”.


La Lettera a Meneceo, detta anche Lettera sulla felicità, di cui sopra abbiamo riproposto un piccolo estratto, ci offre la possibilità di indagare le ragioni della felicità (ci siamo già occupati di questo sentimento con la selezione di alcune delle opere che potessero meglio rappresentarla qui e ancora ) e di apprendere gli strumenti per trovarla e coltivarla. La lettera rappresenta uno degli scritti più famosi di Epicuro, antico filosofo greco, vissuto tra il 341 a.C. e il 270 a.C., il cui pensiero, ancora così significativo e determinante per l’umanità, ha dato vita alla nota scuola filosofica dell’epicureismo.

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IL COLIBRÌ DI SANDRO VERONESI, PREMIO STREGA 2020

La recensione in formato video del libro “Il Colibrì” di Sandro Veronesi la trovate sul canale YouTube di Frenchibuc.

Quante volte avete pianto leggendo un libro, intendo con lacrime e singhiozzi? A me è successo, per la prima volta nella mia vita, qualche settimana fa, quando seduto sul dondolo nel cortile della mia casa di campagna, ho terminato Il Colibrì.

Il romanzo racconta la vita di Marco Carrera, chiamato “il Colibrì”. Il soprannome, che ha accompagnato fin da bambino la vita del protagonista, deriva da un disturbo ormonale che gli impediva una crescita normale, facendolo apparire più piccolo dei coetanei. La malattia però non impediva a Marco di essere sempre in movimento, iperattivo, e da qui il curioso soprannome.

Il Colibrì è un uccellino molto piccolo, uno dei pochi che riesce a stare fermo in aria come un elicottero. Però volare gli costa fatica data l’enorme energia che serve a sbattere freneticamente le sue piccole ali. Nel romanzo, il soprannome del protagonista, non rappresenta solo un suo stato fisico, ma anche la sua battaglia, combattuta ogni giorno, contro ogni difficoltà, per rimanere sospeso in aria.

La vicenda inizia negli anni 90, quando “il Colibrì” riceve la visita dello psicoanalista della moglie che gli rivela non solo che la sua paziente ha scoperto la relazione di Marco con una certa Luisa, ma che è incinta e non di lui.

Questa tragedia si abbatte su Marco. Ma non è la prima. E neanche l’ultima.

La vita del Colibrì infatti è e sarà sconvolta da altre terribili rivelazioni, lutti, delusioni e abbandoni.

E proprio come l’uccellino che passa da un fiore all’altro per nutrirsi, il lettore viene fatto saltare, senza un ordine cronologico, da un capitolo all’altro che descrive un determinato periodo della vita del protagonista.

Oltre a Marco, l’autore ci presenta una carrellata di personaggi, ben caratterizzati e soprattutto pieni di umanissimi difetti. E sono proprio questi che fanno affezionare il lettore alle vicende raccontate.

I temi trattati da Veronesi sono molti: l’amore (anche platonico), l’amicizia, la morte e il conseguente lutto, la famiglia, l’invidia. Un ruolo centrale nelle vicende lo avrà la psicoanalisi.

Si tratta di un drammone? Ogni singolo momento della vita di Marco è sofferenza? No, per fortuna no. Veronesi vuole trasmettere ai suoi lettori il messaggio che nonostante tutto, c’è sempre una speranza: grazie ad una bambina Marco troverà una ragione di vita, uno scopo e soprattutto la forza di vivere.

Con una sorta di epifania comprenderà che tutto quello che gli è capitato non ha fatto altro che renderlo più forte.

Cosa dobbiamo fare noi, dopo aver letto questo romanzo? Combattere sempre e comunque, per rimanere sospesi in aria.

Grazie Sandro, per questo splendido libro. Il premio Strega te lo sei meritato.

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“BELLA MIA” DI DONATELLA DI PIETRANTONIO

Bella mia è il terzo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, già vincitrice del Premio Campiello 2017 con il libro L’Arminuta.


Il libro racconta di Caterina, sopravvissuta al terremoto de L’Aquila del 6 aprile 2009 e dilaniata dal dolore per aver perso in occasione del tragico evento la sorella gemella, Olivia.
Dopo il terremoto Caterina, la mamma e Marco, il nipote adolescente (figlio di Olivia), rimasto orfano, si trasferiscono a vivere nelle C.A.S.E. (gli alloggi provvisori messi a disposizione dei cittadini rimasti privi di abitazioni) e qui lavorano per elaborare insieme il lutto e costruirsi una nuova vita.


Il libro merita davvero: è scritto bene e contiene descrizioni eleganti e dettagliate su stati d’animo e sentimenti. L’autrice con questo romanzo ci apre il mondo delle sofferenze che gli aquilani hanno patito (e ancora patiscono) per aver perso nel giro di poche ore lavoro, casa e in alcuni casi anche i cari affetti.

Non è, quindi, solo il centro storico a dover essere ricostruito, ma anche le relazioni umane.

Mi ha colpito anche la profondità con cui l’autrice è riuscita a raccontare le problematiche legate all’adolescenza: la protagonista è una zia buona, chiamata dall’oggi al domani a svolgere il ruolo di madre, spesso intenta ad interpretare i lunghi silenzi del nipote, introverso e poco incline al dialogo.


Il libro, candidato al Premio Strega 2014, ha vinto il Premio Brancati e il Premio Vittoriano Esposito Città di Celano.
CONSIGLIATISSIMO!

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LE ULTIME LEZIONI DI GIOVANNI MONTANARO

La recensione che segue è la versione scritta della recensione già pubblicata in formato video sul canale YouTube di Frenchibuc che trovate qui!

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Vi auguriamo una buona lettura con il nostro nuovo blogger (youtuber) e vi invitiamo a lasciare i vostri commenti nell’apposita sezione! 😉

Jacopo è un ragazzo come tanti altri che è in procinto di laurearsi in Economia nella sua città, Venezia.

Come molti suoi coetanei, però, vive un periodo di malessere. Chi almeno una volta nella vita non si è posto questa domanda: “e adesso che finirò gli studi che farò? Lavorerò? Metterò su famiglia? Cambierò città?”.

Chi, trovandosi improvvisamente davanti la vastità della vita, non ne è rimasto turbato, spaventato?

Jacopo ha bisogno di parlare con qualcuno, di sfogarsi, ma a chi chiedere? I genitori non gli sono mai sembrati così lontani, la ragazza (scintilla che fa scattare la crisi) lo ha appena lasciato, gli amici non sono adatti per parlare di queste cose……….

Durante questo periodo nero, però, il nostro protagonista ritrova una figura che non vede da tempo: il Professor Costantini, un insegnante del liceo che il ragazzo stimava molto per la sua abilità di spiegare letteratura alla classe.

Dopo un primo incontro fortuito l’anziano Professore invita il suo ex allievo nella sua casa a Sant’Erasmo, un’isola nella laguna di Venezia.

Dopo una riluttanza iniziale Jacopo decide di accogliere l’invito di Costantini e di andare da lui per finire la sua tesi.

E così inizia per il ragazzo un periodo di studio intenso, immerso nella campagna veneta. Qui, in questo ambiente quasi bucolico, dove i profumi dei fiori e del mare si mescolano con quelli dei libri del vecchio Professore, Jacopo comincia a confidarsi con l’insegnante. Gli racconta tutto: la sua vita, le sue speranze, il suo malessere interiore. E l’uomo ascolta, prima passivamente, poi dispensando consigli e infine iniziando a raccontare a sua volta la sua vita a quel ragazzo che inizia, forse, a vedere come un figlio.

Jacopo conosce anche Lucia, la figlia del Professore, costretta, fin dalla nascita, sulla sedia a rotelle. Pur non riuscendo a parlare la ragazza riesce sempre a comunicare i sentimenti che prova.

La trama è tutta qui, nessun colpo di scena, nessun lieto (o almeno non per tutti) fine.

Eppure questo piccolo spaccato di vita, riesce, con i suoi brevi capitoli, a tenere incollato il lettore alle sue pagine.

Personalmente mi sono molto immedesimato nel protagonista, nonché narratore. Del resto la sua esperienza, i suoi pensieri, i suoi sentimenti sarebbero potuti essere i miei, magari qualche anno fa.

Mentre leggevo, in quella casa in riva al mare, non c’era Jacopo, c’ero io. Un me stesso alternativo, diverso, ma allo stesso tempo uguale.

Ancora adesso, rileggendo quelle pagine, sento il profumo dell’albero di mimose tanto caro al Professor Costantini.

Auguro a tutti coloro che leggeranno questo libro di provare tale coinvolgimento e tale trasporto. Del resto i libri servono a quello. Volare con la fantasia e vivere nuove vite.

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SHOTGUN LOVESONGS DI NICKOLAS BUTLER

Shotgun Lovesongs è il romanzo di esordio di Nickolas Butler, pubblicato nel 2014 e vincitore di due importanti premi ovvero del Prix Pace America e del Midwest Independent Booksellers Award.

Si tratta della storia di quattro amici, Henry, Lee, Kip e Ronny, cresciuti insieme a Little Wing, una piccola realtà rurale del Wisconsin!

I quattro giovani ragazzi vivono numerose avventure insieme fino a quando i diversi talenti che li contraddistinguono finiscono per spingerli a intraprendere percorsi diversi.

Lee diventerà, dopo un periodo trascorso in una fattoria per trovare la giusta ispirazione e il sound che lo caratterizza, un importante musicista di livello internazionale; Kip, un broker sfrontato e bastardo; Ronny, un campione di Rodeo ed Henry, un fattore indefesso, un marito premuroso e un padre amorevole.

Se i primi tre per affermarsi sentono, ben presto, la necessità di emigrare da Little Wing (realtà troppo stretta per dei giovani ambiziosi), Henry, invece, rappresenta l’anima stabile del gruppo, l’amico che, attaccato alla sua terra (ai suoi campi e ai suoi animali) in maniera viscerale, si dimostrerà essere l’unico davvero fedele al luogo di origine.

I quattro amici vivono poi storie d’amore intense tali da influenzare in modo decisivo il corso delle loro vite. Di certo il personaggio femminile più importante è rappresentato da Beth, la moglie di Henry, nonché amica del simpatico quartetto fin dai tempi della scuola.

Beth è una donna intelligente e sensibile (forse le pagine dedicate a lei sono quelle che più mi sono piaciute), una madre attenta e una compagna di vita fedele per Henry. La stabilità affettiva della coppia viene, tuttavia, messa a dura prova quando Lee, in preda ad una profonda depressione per la separazione dalla moglie Chloe – attrice di successo ormai attratta da un altro cantante famoso – decide di rivelare al suo miglior amico, Henry, di essere andato a letto, ben dieci anni prima, con Beth, l’amica di sempre.

Beth dovrà dimostrare al marito, deluso e amareggiato, di tenere a lui e ai bambini più di quanto gli sia possibile immaginare per recuperare il matrimonio in crisi.

Tuttavia Shotgun Lovesongs non è solo il racconto di un tradimento e di un’amicizia che sembra essere perduta (sarà poi grazie ad un barattolo di uova conservate in salamoia che Henry ritroverà la via del perdono), ma il complesso delle storie dei quattro amici ben amalgamate tra loro.

E’ interessante notare che nei capitoli – intitolati con le iniziali dei 5 personaggi principali H, L, K, R e B – sono riportati, in prima persona, i pensieri e le riflessioni di ognuno dei protagonisti.

Il racconto è, quindi, di tipo corale e il narratore non è uno solo, bensì 5!

L’autore si dimostra abile nel collegare tra loro, in un tutto armonico, i 5 racconti relativi sì a personaggi tra loro lontani, per carattere e attitudini, ma pur sempre profondamente legati, nonostante le liti e i dissidi, agli affetti giovanili.

La narrazione, o meglio le narrazioni, sono poi caratterizzate da continui flashback. I collegamenti con il passato, dettati dai ricordi dei protagonisti, non hanno, tuttavia, impedito allo scrittore di rendere la lettura scorrevole ed efficace!

Mi sento di consigliare fortemente la lettura di questo romanzo per due motivi fondamentali. In primo luogo per le descrizioni dei luoghi in cui la storia è ambientata. Ciò che emerge dal libro è, infatti, una visione degli States genuina e a suo modo bucolica (l’autore si sofferma sull’alternanza delle stagioni, sul lavoro nei campi, sulla gestione degli animali). La descrizione delle zone rurali del Wisconsin stride, infatti, con quella delle grandi città come New York o Chicago (dove pure i personaggi si recano) e ci fa conoscere un’America autoctona, e forse ancora più affascinante di quella ai più nota!

In secondo luogo, per il modo autentico e profondo con cui vengono raccontate da Butler le tipiche oscillazioni (fatte di allontanamenti e piacevoli riavvicinamenti) che connotano tutte le amicizie, anche – se non soprattutto – le più forti.

Infine, vi suggerisco di leggere qui la simpatica selezione delle colonne sonore che meglio dovrebbero caratterizzare le 5 diverse personalità dei protagonisti: un buon modo per entrare maggiormente nel mondo di Shotgun Lovesongs e dei suoi personaggi!

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MOMENTI TRASCURABILI DI FRANCESCO PICCOLO

Momenti trascurabili è il terzo ed ultimo libro della trilogia di Francesco Piccolo, nonché uno degli ultimissimi libri ricevuti in regalo per il mio compleanno!

Anche in questo caso, dopo averlo divorato, ho deciso di farne una conserva di cultura per Fame di Libri Sete di Arte! 😉

L’autore non mi era sconosciuto sia perché anni fa avevo avuto modo di incontrarlo e di farmi apporre una sua dedica sull’unico altro libro da lui scritto che avevo avuto il piacere di leggere (L’Italia spensierata pubblicato nel 2014 sempre edito da Einaudi), sia perché Francesco Piccolo è sceneggiatore affermato avendo curato la stesura dei testi di importanti film e fiction quali ad esempio, solo per citarne alcuni, Il traditore,di Marco Bellocchio (premiato con il David di Donatello proprio per la sceneggiatura) e L’amica geniale nella sua trasposizione per il piccolo schermo.

In Momenti trascurabili Francesco Piccolo offre degli spunti di riflessione sulle tante piccole cose che ci accadono nella vita quotidiana, a lavoro come in famiglia, su cui non riusciamo troppo spesso a soffermarci per la vita frenetica che conduciamo.

L’autore ci regala, quindi, sia dei brevissimi pensieri, annotazioni fugaci sugli attimi che scorrono veloci nella sua (come in quella di tutti noi) esistenza riportati nel libro con un che di poetico, sia dei racconti più estesi, costruiti su dettagli apparentemente trascurabili ma che in realtà hanno fatto la differenza nella vita dei personaggi di cui l’autore ci racconta.

Piccolo ci parla così di come l’inclinazione di un uomo (che abita all’interno delle Mura Aureliane nel centro di Roma) a guardare solo le donne del proprio quartiere possa arrivare ad influenzare le sue relazioni sentimentali addirittura facendogli affermare che sarebbe costretto a rifiutare le avances di una seducente Laetitia Casta che abitasse alla Magliana; oppure di come un responso ricevuto in vacanza da parte di una cartomante riesca a mettere in crisi una donna e la sua vita coniugale.

Ed è proprio questa la parte del libro che più mi ha affascinato! Sì perché mi ha ricordato i personaggi della tragedia greca di Edipo rielaborata da Friedrich Dürrenmatt nel suo libello La morte della Pizia!

Come Edipo, Giocasta e Laio accolgono gli oracoli della Pizia, sacerdotessa del Dio Apollo, assecondandoli, anzi facendo di tutto perché questi si concretizzino (convinti che il decreto degli dei debba essere compiuto fino in fondo), anche la protagonista del racconto di Francesco Piccolo cerca in ogni modo di far sì che il responso della cartomante si avveri.

La Pizia viene descritta da Dürrenmatt come un’imbrogliona, una donna vecchia e annoiata che, sotto i fumi della caverna dalla quale sentenzia e decreta il futuro degli uomini, spara a casaccio oracoli che finiscono per compiersi solo perché gli ingenui greci, credendo nel volere degli dei, si convincono della verità delle profezie ricevute.

Anche in Momenti trascurabili la cartomante, che profetizza alla donna in vacanza con la famiglia l’arrivo (entro l’anno) di un nuovo amore nella sua vita, risulta una cialtrona. Ma vi è una differenza tra le due narrazioni: mentre il vaticinio della Pizia si realizza (Edipo, infatti, dopo aver ricevuto l’oracolo, riesce a realizzare l’inverosimile profezia uccidendo il padre e giacendo con la madre), la fantasia della cartomante invece non si avvera, lasciando nella donna una profonda delusione.

In questo terzo volume della trilogia (i primi due volumi sono intitolati rispettivamente Momenti di trascurabile felicità e Momenti di trascurabile infelicità) Francesco Piccolo ha, quindi, inteso sia dare spazio ad alcune sue riflessioni personali, collezionate in appunti di vita, sia focalizzare l’attenzione del lettore su come alle volte l’animo umano riesca a costruire intorno a dei dettagli, appunto a dei momenti trascurabili, le proprie follie, piccole o grandi che siano.

E il risultato è molto interessante! Lettura consigliata! 😉